«Non era come nelle foto»: catfishing morbido e perché la spunta non lo intercetta

«Non era come nelle foto»: catfishing morbido e perché la spunta non lo intercetta

Di recente, in una comunità dedicata agli incontri non monogami, è comparso un post che ha raccolto centinaia di voti. L’autrice era uscita con una persona conosciuta su un servizio per persone aperte: la conversazione era vivace, il profilo piacevole. All’incontro, però, quasi non lo ha riconosciuto. A suo giudizio, quelle foto avevano «o dieci anni, o cinque anni molto pesanti». Ancora più significativo era il modo in cui ha posto la questione alla comunità. Non era indignata: chiedeva se valesse la pena dire con tatto a quella persona che era ora di aggiornare le foto.

Non è un caso isolato, è un copione ricorrente. Nell’ultimo anno, in una ventina di comunità sugli incontri che leggiamo regolarmente, si contano più di cento post di questo tipo: «non era come nelle foto», «le foto erano vecchie di anni», «non l’ho riconosciuto all’incontro». Il genere esiste ovunque, dai servizi di dating più generalisti ai forum swinger, dove gli vengono dedicati annunci espliciti: «se le vostre foto hanno più di due o tre anni, per favore aggiornatele». E poi i richiami ironici: «chi ha come foto principale uno scatto di dieci anni fa? Alzate la mano: a quanto pare, mezza piattaforma».

Catfish senza truffatore

La parola «catfishing» richiama di solito l’immagine di un truffatore: foto rubate, identità inventata, manipolazione economica o emotiva. Storie così esistono, e ne abbiamo già scritto. Ma la maggior parte dei casi in cui «non l’ho riconosciuto all’incontro» funziona diversamente: è insieme più innocua e più insidiosa.

Le foto sono sue. La persona è reale. Solo che gli scatti hanno cinque anni, quindici chili in meno e più capelli. Il fenomeno ha persino un nome proprio: nelle discussioni in lingua inglese lo chiamano «kittenfishing», un inganno non predatorio, ma cosmetico. Il motivo quasi mai è criminale, più spesso è umano: «in questa foto mi piaccio». C’è chi teme che, con foto recenti, verrebbe scartato subito. C’è chi non si accorge davvero di essere cambiato, perché tutti invecchiamo senza rendercene conto. C’è chi «sta per fare foto nuove» ormai da tre anni.

Il problema è che, per chi arriva all’incontro, la differenza tra un inganno cattivo e uno morbido è relativa. L’appuntamento comincia con una scoperta: ciò che era stato presentato non coincide con ciò che c’è davanti. E anche se poi tutto procede in modo piacevole, la base è già incrinata: se il profilo ha abbellito l’aspetto, cos’altro ha abbellito?

Perché costa più di una serata rovinata

Il prezzo delle foto vecchie non è un’ora imbarazzante al bar. Di solito all’incontro si arriva dopo giorni, se non settimane, di messaggi: domande, piani, aspettative. Tutto questo diventa un investimento in una persona che, a rigore, non esiste, almeno non in quella forma.

Nelle scene aperte la posta in gioco è ancora più alta. Quando non si incontrano due persone, ma una coppia con un’altra coppia, l’appuntamento è preceduto da settimane di accordi: chi cerca cosa, dove sono i limiti, che cosa è confortevole per entrambi i partner da entrambe le parti. Nelle discussioni swinger tornano spesso storie del tipo: «ci siamo scritti per due mesi, ci siamo scambiati foto, e all’incontro sono arrivate altre persone». Dopo esperienze così, le coppie non «riprovano la settimana dopo»: si ritirano a smaltire la delusione, a volte per mesi. In una nicchia in cui tutto si regge su onestà e fiducia, le foto vecchie non colpiscono solo una serata, ma la disponibilità stessa a provarci.

Che cosa ha inventato la comunità: controllare a mano

Dove le piattaforme non aiutano, le persone hanno sviluppato protocolli propri, sorprendentemente condivisi. Il consiglio più frequente nelle discussioni, quasi un canone, è: videochiamata prima dell’incontro. Breve, senza cerimonie: per «capire il vibe» e, già che ci si è, vedere il volto. Il secondo consiglio più comune: chiedere un selfie recente concordato al momento, qui e ora, con un gesto specifico. In queste comunità è da tempo considerato una normale forma di cortesia, non un’offesa; come è stato sintetizzato in una discussione: «chiedere un selfie attuale è normale, chiedere documenti invece è un segnale d’allarme».

È parte di quella stessa cultura del vetting di cui abbiamo già parlato: la verifica manuale dell’interlocutore prima dell’incontro. Funziona. Ma ha un costo: tempo e imbarazzo, moltiplicati per ogni nuova conoscenza. Le persone scrivono apertamente che verificare nuovi contatti diventa «un secondo lavoro non pagato». E almeno una parte di quel lavoro — «le foto che sto guardando sono davvero di questa persona, e sono ancora attuali?» — potrebbe essere assunta dalla piattaforma.

Perché la spunta «verificato» non basta

Abbiamo già spiegato perché la spunta «verificato» ha smesso di ispirare fiducia: la verifica tipica conferma che dietro al profilo c’è una persona reale, e si ferma lì. Il badge resta appeso al profilo nel suo insieme. A mentire, però, sono le foto. Quelle specifiche, una per una.

La spunta risponde alla domanda: «questa persona esiste?». Ma chi arriva a un incontro ne ha un’altra: «quali di queste foto sono vere, e sono vere oggi?» Finché la verifica vive a livello di profilo, tra badge e realtà può infilarsi qualsiasi cosa, compresi quei «cinque anni molto pesanti».

Verifica a livello di fotografia

Per questo, su Gramsy abbiamo portato la verifica al livello della singola immagine.

Funziona così. La verifica è live: il sito mostra un codice monouso, voi scattate una foto recente o registrate un breve video con quel codice, e un moderatore, una persona e non un algoritmo, lo confronta con le foto del profilo. Per un profilo di coppia, nell’inquadratura devono esserci entrambi. Poi arriva il punto essenziale: su ogni foto che il moderatore ha confrontato con il selfie live compare il contrassegno «Verificata durante la verifica»; lo vedono tutte le persone che consultano il profilo.

Da qui derivano alcune proprietà oneste:

  • Le nuove foto arrivano senza contrassegno. Se caricate uno scatto dopo la verifica, non viene «illuminato» dalla spunta precedente: il profilo torna in revisione, e la foto riceve il contrassegno solo dopo il nuovo controllo.
  • Il contrassegno non finge di essere eterno. Se il profilo va in nuova verifica, i contrassegni cambiano stato insieme allo stato della verifica; e se una foto viene rifiutata, il contrassegno viene rimosso.
  • L’assenza del contrassegno non è una condanna. Significa «questa foto non è ancora stata controllata», non «questa foto è falsa». Lo diciamo esplicitamente nella metodologia della verifica: è pubblica e si apre da qualsiasi badge.
  • Le foto di dieci anni fa non superano il controllo. Non esiste una «data di scadenza» rigida per le foto del profilo, ma il confronto avviene sempre con un selfie live scattato in quel momento. Il contrassegno significa: «in questa foto c’è la stessa persona che compare nel materiale di verifica di oggi». Se le foto del profilo non confermano più il vostro aspetto attuale, il badge non viene assegnato: la richiesta torna indietro con una ragione precisa, «le foto non aiutano più a confermare il tuo aspetto attuale, aggiungine una recente».

Il senso dell’intero meccanismo è semplice: la domanda «ma queste foto sono recenti?» smette di essere un compito da fare prima di ogni incontro. Videochiamata e buon senso restano validi, naturalmente. Ma almeno il controllo di base «persona = fotografie» lo assume la piattaforma, e il risultato è visibile in anticipo, ancora prima del primo messaggio.


Una nota sul metodo: i numeri e le formulazioni in questo articolo derivano dall’osservazione di discussioni pubbliche in una ventina di comunità sugli incontri nell’ultimo anno, per centinaia di migliaia di post. Non è una ricerca sociologica con un campione definito, ma in questi dati il genere «non era come nelle foto» è stabile e, a giudicare dalle date recenti dei post, non sembra destinato a sparire.

Foto di cui ci si può fidare

Su Gramsy un moderatore confronta un selfie recente con le foto del profilo, e su ogni foto verificata compare il contrassegno «Verificata durante la verifica». La domanda «ma queste foto sono recenti?» smette di essere un compito da fare da soli.

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